Gli UFO e il futuro immaginato in un museo del Connecticut

Il retrofuturismo è quella corrente letteraria e artistica e, più in generale, quell’atteggiamento culturale interessato ai modi con i quali, soprattutto dalla fine del XIX secolo, è stato immaginato il mondo del futuro, in specie nella sua dimensione tecnica.

Nell’immaginazione del futuro l’aspetto aeronautico-spaziale assunse fin dall’inizio grande rilievo. Quando nel 1947 comparve il fenomeno dei dischi volanti,  essi divennero quasi subito motivo di attenzione per chi voleva raccontare come noi saremmo stati da lì a qualche anno.

In sostanza, oggi il retrofuturismo applicato all’ufologia rilegge le prospettive, in primo luogo quelle visuali, attraverso le quali negli anni ’40-’60 del secolo scorso i dischi volanti furono collocati nel futuro dell’umanità – ossia i modi secondo i quali furono visti di solito come velivoli “nostri” che sarebbero un giorno stati inventati, sarebbero diventati mezzi di trasporto individuali o mezzi per la nostra conquista dello spazio.

A questa pagina del blog Retrofuturism potete vedere alcuni esempi con stretta attinenza ufologica.

Questo è quanto si può constatare a Lichtfield, nel Connecticut, presso lo Space Age Museum, un’iniziativa nata nel 1984 e che copre l’intero spettro dell’immaginario pubblico dell’era missilistico e della corsa verso lo spazio. In realtà il “Museo” è un’incredibile raccolta di oggettistica di ogni genere, non aperta al pubblico e conservata nel grande granaio di una fattoria di una piana come mille altre degli Stati Uniti.

La collezione include moltissimo materiale sui dischi volanti e, fra di esso, parecchi esempi d’interesse per il retrofuturismo.

Architettura, goffi tentativi di velivoli futuristici, idealizzazioni delle sorti del trasporto aereo, modalità per arrivare sugli altri pianeti: sono soltanto alcuni dei mezzi con i quali i dischi volanti diventavano “nostri” – non oggi, nel presente, ma lo sarebbero stati in un domani prossimo.

Si tratta di una prospettiva assai curiosa, perché il retrofuturismo applicato ai dischi volanti di solito vede come in queste fantasie vi fu un totale aggiramento della chiave di lettura da sempre dominante nella cultura di massa, cioè quella secondo la quale i dischi volanti e poi gli UFO sarebbero senz’altro astronavi extraterrestri in visita alla Terra.

 

Quel che gli americani credono sugli UFO (e sul paranormale)

La Chapman University è un’istituzione che ha sede ad Orange, in California. Una delle sue branche, il Wilkinson College of Arts, Humanities and Social Sciences, da tempo conduce un sondaggio denominato “Valutazione delle paure americane” (Survey of American Fears), quest’anno giunto alla sua quarta edizione.

A questa pagina ne trovate il testo completo in formato pdf con indicazione delle metodologie statistiche impiegate.

Questo studio comprende (fra le altre cose) una serie di sette domande relative alle credenze  sul paranormale. Si va dalle più tradizionali convinzioni sui poteri della mente, ai fantasmi, ai poltergeist, al Bigfoot e – quel che più ci interessa – agli UFO e alle idee connesse sulle visite extraterrestri alla Terra.

Una caratteristica per noi rilevante è che lo studio distingue fra tre categorie di convinzioni legate in modo più o meno diretto agli UFO in senso proprio.

Andiamo in ordine decrescente. Il 55% del campione concorda in modo forte o fortissimo sull’idea che siano esistite nel passato remoto civiltà super-avanzate, come quella di Atlantide. Questo tipo di credenze è parte fondamentale del patrimonio dell’approccio di tipo occultistico agli UFO. Condividerle può significare possedere il piedistallo ideologico per fare il salto verso altre parti della galassia di nostra competenza.

Il 35%  degli intervistati aderisce alle teorie sugli “Antichi astronauti”, quelle secondo le quali in tempi lontani la Terra è stata visitata dagli alieni.

Il 26,2%, infine pensa che la Terra sia oggi visitata dagli alieni – il che, in sostanza, vuol dire che crede negli UFO come velivoli extraterrestri e in parti più o meno rilevanti della nebulosa dei miti ufologici attuali.

In sostanza, solo un quarto degli americani non aderisce a nessuna delle sette credenze elencate. Molti sono d’accordo con due, tre o più cose di quel genere.

Per la Chapman University, dunque, nell’America del 2017 le credenze nel paranormale sono un elemento prevalente della cultura del Paese – ma, forse piccola sorpresa per gli studiosi razionali di ufologia – quelle “nostre” sono più diffuse nelle parti che riguardano il passato (antiche civiltà supertecnologiche, Antichi astronauti)  rispetto a quelle del tempo presente (UFO = velivoli alieni).

Collegando queste convinzioni a una lunga serie di caratteristiche sociali e culturali, per lo studio risulta che (in generale, non nelle nostre aree specifiche) le persone che aderiscono in maniera più forte ad un numero rilevante di credenze nel paranormale, nell’America dell’estate 2017 tendono ad avere reddito basso, si definiscono altamente religiose ma non frequentano troppo spesso i luoghi di culto, sono più donne che uomini, hanno posizioni politiche conservatrici e vivono più sovente in aree rurali, magari sulla costa occidentale degli Stati Uniti.

 

 

“SUNlite”, la rivista ufologica online di un astrofilo americano

Tim Printy è un attivissimo astrofilo americano animatore di due siti: il primo ha interesse direttamente astronomico. Il secondo, invece, si occupa di UFO da un punto di vista scettico.

Printy è attivo da molti anni anche nel nostro ambito. I suoi contributi sono di particolare rilievo, non ultimo perché l’astrofilo dal 2009 li raccoglie in modo sistematico nelle pagine di SUNLite (“Skeptical UFO Newsletter”), una rivista che mette a disposizione di tutti online e che ha fa uscire con puntualità. Si tratta di una vera miniera di discussioni, non sempre magari condivisibili da tutti, che però hanno il pregio di discutere la questione centrale del problema UFO: la casistica, ossia le osservazioni dei presunti fenomeni aerei anomali.

Qui ne trovate l’ultimo numero realizzato.

 

[Nella foto in evidenza: Tim Printy. Immagine tratta da: http://www.astronomyufo.com/Astronomy/Astronomy.htm]

 

 

 

Raccogliere dati oggettivi nelle indagini UFO: le dimensioni angolari

Circa tre mesi fa il Centro Italiano Studi Ufologici ha revisionato il suo questionario generico di avvistamento,  rivolto ai testimoni di fenomeni aerei insoliti che intendono descriverci quanto loro accaduto.

Una delle domande del questionario da noi revisionate è anche una fra quelle meno facili da portare all’attenzione del pubblico. Purtroppo si tratta pure di uno dei parametri più interessanti per un’adeguata valutazione della natura dei fenomeni.

Questo parametro è costituito dalle dimensioni angolari del corpo osservato.

L’esperienza ventennale del CISU mostra che una parte considerevole degli individui non possiede la nozione di misure apparenti e di angoli sottesi da un oggetto osservato a distanza.

Anche per questo, nella configurazione precedente del questionario gli errori di compilazione erano frequentissimi: quasi tutti riguardavano la tendenza a indicare dimensioni oggettive – cioè in termini di metri, centimetri, ecc. – cosa in sostanza impossibile a farsi, dato che per definizione stiamo parlando di fenomeni la cui natura è sconosciuta all’osservatore.

I primi risultati della nuova formulazione della domanda indicano un netto miglioramento delle performance da parte dei testimoni.

La misurazione delle dimensioni angolari resta comunque un criterio critico per noi. Sul punto segnaliamo un paio di esempi didattici  reperibili in rete.

Il primo è in realtà un tutorial di topografia elementare che contiene indicazioni per misurare non solo le dimensioni angolari di oggetti lontani, ma pure le distanze – senza trascurare un cenno alle condizioni che possono far pensare che quanto osservato sia più lontano o più vicino di quanto non lo sia nella realtà.

Il secondo, nell’ambito di una più ampia presentazione di nozioni sull’ottica dei telescopi, include un paragrafo sulle dimensioni angolari e apparenti forse ancora più utile del primo per chi compie inchieste su presunte osservazioni UFO.

Come “funziona” il rientro nell’atmosfera della spazzatura spaziale? Un caso analizzato dall’astrofilo Marco Langbroek

Marco Langbroek è un archeologo e astrofilo olandese. In quest’ultimo ambito si è specializzato nella ricerca, identificazione e documentazione dei satelliti-spia, della scoperta degli asteroidi e dei rientri di satelliti, velivoli spaziali o di parti di essi.

Per questo, più volte si è trovato ad occuparsi di riprese di oggetti di difficile identificazione, di bolidi vistosi e di altri eventi che possono dare origine a segnalazioni di tipo ufologico. E’ ormai ben noto agli studiosi di ufologia di orientamento scientifico.

Si possono seguire gli sviluppi dei suoi studi sia su un blog, sia su Twitter.

Su questo sito ci eravamo occupati più volte, ad esempio per un evento americano del luglio 2016 di cose analoghe a quelle che Langbroek [nella foto in evidenza, tratta dal suo account Twitter] predilige.

Di recente Langbroek ha fornito un’analisi molto interessante degli avvistamenti di un rientro atmosferico di spazzatura spaziale, quello avvenuto il 27 maggio 2017 sull’Atlantico meridionale e dovuto al booster di un razzo cinese tipo “Chang Zeng” 4B che nell’agosto di tre anni fa aveva messo in orbita un satellite polcacco e uno cinese.

Il suo studio permette di comprendere in dettaglio la dinamica delle caratteristiche fenomeniche di questi eventi, sovente complesse per durata e per manifestazioni collaterali.

In particolare, è da notare che a un evento che ha generato segnalazioni ufologiche (compresa quella di un pilota di linea olandese) per la prima volta ad opera di Langbroek è stato applicato un modello per i casi di rientro atmosferico derivato dal GMAT (General Mission Analysis Tool), un sistema di analisi sviluppato dalla NASA e da imprese private allo scopo di studiare ed ottimizzare le traiettorie dei velivoli spaziali e, più in generale, le caratteristiche di moto degli oggetti di questo genere.

Lo stesso aveva fatto per conto suo un altro ricercatore impegnato nell’inseguimento ottico dei satelliti, l’astrofilo canadese Ted Molczan, fornendo un interessante esempio di verifica incrociata fatta l’uno all’insaputa dell’altro. Sempre di più, Molczan e i suoi lavori stanno diventato punto di riferimento per gli ufologi di orientamento scientifico.

++BREAKING – Ore 17.48 di martedì 14 novembre: enorme bolide ++

Intorno alle 17.48 ora italiana di martedì 14 novembre decine di migliaia di persone da molte zone della Germania (sino a Berlino!), dalla Svizzera, dall’Austria, dalla Francia centrale e orientale e, per l’Italia, almeno dal Piemonte, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna hanno osservato, ripreso e fotografato un vistosissimo fenomeno meteorico.

Le testimonianze affluiscono a getto continuo da diverse ore.

Moltissimi dati sul sito dell’International Meteor Organization.

La guerra dei mondi di Welles? Niente panico nel 1938 – ma lo sapevamo da un pezzo!

Solo di recente, con grande ritardo, sui media italiani – in particolare il 1 settembre su Wired.it – grazie a Stefano Dalla Casa – e sull’edizione cartacea del settimanale Internazionale del 22-28 settembre – grazie al giornalista Giovanni De Mauro è giunta l’eco di un libro dello storico americano A. Brad Schwartz,  Broadcast Hysteria. Orson Welles’s War of the World and the art of fake news (edizioni Hill and Wang), uno studio molto articolato che nel 2015 ricostruiva con rigore ciò che accadde negli Stati Uniti la sera del 30 ottobre 1938 (siamo all’anniversario!), quando fu messa in onda la celeberrima trasposizione radiofonica di Orson Welles de La guerra dei mondi di H. G. Wells.

Nel suo libro, Schwarz dimostra attraverso una gran quantità di fonti d’archivio che quella sera negli Stati Uniti non vi fu quasi nessuna reazione di spavento e tanto meno il presunto panico collettivo per il quale quel dramma radiofonico è passato alla storia sociale e dei mass media.

Furono i quotidiani, nei giorni successivi, ad ampliare a dismisura la sensazione che quella sera nel nord-est degli Stati Uniti vi fosse stato il caos. Schwarz mostra che l’aspetto più interessante di questa vicenda è il dibattito che accompagnò e seguì il clamore che il racconto sull’invasione marziana aveva suscitato: con i regimi dittatoriali sovietico e nazista al culmine del potere l’idea generale era che la capacità di plasmare l’opinione pubblica attraverso radio e cinema fosse illimitata e che la trasmissione di Welles fosse una conferma della validità dei primi modelli di teorie sociologiche delle comunicazioni di massa (quelli che nella storia della sociologia sono note come “teorie ipodermiche”).

La convinzione diffusasi di un effetto clamoroso della trasmissione di Welles influenzò alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale anche alcune iniziative legislative volte a controllare ad opera delle autorità il contenuto delle fiction radiofoniche. Sul piano scientifico, il lavoro più noto del tempo, The Invasion from Mars, A  Study in Psychology of Mass Panic, libro dello psicologo Hadley Cantril, uscito meno di due anni dopo il fatto, diede legittimazione accademica all’idea del panico generalizzato.

Spezziamo però una lancia a favore dell’ufologia seria. Alcuni scienziati sociali che sono (o sono stati, nel corso del tempo) anche ufologi avevano compreso a sufficienza già da parecchio quello che poi Schwarz ha chiarito ulteriormente.

E’ il caso del sociologo Robert E. Bartholomew, che ha all’attivo numerosi saggi di storia dell’ufologia. Già nel 2001, nel suo libro Little Green Men, Meowing Nuns and Head Hunting Panics e poi in lavori successivi Bartholomew era stato chiaro a sufficienza.

Nel 2005, con il libro La guerre des mondes a-t-elle eu lieu? (e poi nel 2009 su Le Monde Diplomatique), un altro sociologo e lui stesso studioso di ufologia, il francese Pierre Lagrange,  argomentava per conto suo come il mito del panico di massa del 1938 aveva probabilmente l’avvio a causa della copertura sensazionalistica dell’episodio dovuta a un articolo comparso il 31 ottobre su un giornale autorevole, il “New York Times”.

Un punto da sottolineare è che sin dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso la radiotrasmissione di Welles costituisce uno dei miti fondanti del complicato mondo del cospirazionismo ufologico.

Infatti, un ragionamento fatto per analogia già cinquanta anni fa e persino da ufologi “moderati” quanto a convinzioni sulla possibile natura extraterrestre degli UFO, sosteneva che quando i dischi volanti comparvero nei cieli, nel 1947, il supposto panico americano del ’38 doveva esser servito da modello alle autorità di Washington per imporre una censura sul fenomeno motivata soprattutto da considerazioni di ordine pubblico: l’ammissione della presenza nei cieli di velivoli di altre civiltà avrebbe causato la disintegrazione del quadro sociale.

Questo argomento retorico usato da parte degli ufologi per sostenere la tesi della “congiura del silenzio” ha una sua storia precisa ampiamente documentabile ma, soprattutto, sul piano fattuale oggi sappiamo che il programma di Welles non generò nessuna psicosi su grande scala.

 

Le “Navi di Magonia” – gli storici se ne occupano, ma seriamente

Quello di Pierre Lagrange è un nome ben noto agli studiosi di ufologia. Lui stesso comparso  sulla scena francese nei primi anni ’80 del secolo scorso come ufologo orientato per spiegare il fenomeno all’ipotesi socio-psicologica, è poi diventato un sociologo delle scienze con un vivo interesse per le parascienze e per il pensiero pseudoscientifico.

Fra le altre cose, Lagrange ha prodotto lavori importanti sul “padre” dell’era ufologica contemporanea, l’americano Kenneth Arnold, colui che il 24 giugno del 1947 vide dal suo aereo i nove corpi volanti subito battezzati flying saucers.

Di recente, insieme ad altri, Lagrange ha contribuito a rimettere ordine circa una delle credenze alla base di molte tendenze irrazionalistiche e prossime al pensiero occultistico che costituiscono buona parte della galassia ufologica.

L’occasione principale è giunta da un lavoro di natura scientifica. Nel 2016, infatti, lo storico Michel Rubellin ha diretto per le edizioni Cerf di Parigi la traduzione del trattato sui fenomeni meteorologici, in particolare sulle credenze relative ai fulmini e alla grandine, scritto dal vescovo Agobardo di Lione nel IX secolo.

Questo trattatello, volto a combattere le superstizioni popolari del tempo, letto fuori contesto e in maniera priva di qualsiasi competenza filologica e storica, a partire dal 1964 con la lettura assolutamente ingenua del clipeologo  inglese W. Raymond Drake e poi (soprattutto) dell’ufologo franco-americano Jacques Vallée fu rapidamente inserito nel corpo della letteratura ufologica, diventando, con l’interpretazione della “navi celesti” come astronavi extraterrestri che rapivano dei malcapitati testimoni portandoli in un posto chiamato “Magonia”, un preteso episodio di abduction ufologica ante litteram.

Insieme al medievista Jacques Berlioz, lui stesso fra quelli che hanno tradotto su basi accurate Agobardo, a fine maggio Lagrange ha presentato la storia della ricezione fra gli appassionati di ufologia dello scritto di Agobardo.

Sul numero di ottobre 2017 della rivista francese “L’Histoire”, infine, Lagrange ha offerto a un pubblico più generale la genealogia di questa complessa e ramificata lettura in chiave Et di un ecclesiastico alto-medievale che, in fondo, oggi deve la sua fama imperitura proprio alle malintese “navi celesti” delle quali riferì in un paragrafo della sua opera.

 

Gli errori logici del ragionamento: chi si interessa di UFO dovrebbe conoscerli!

Occuparsi dei fenomeni UFO vuol dire mille cose. Per interessarsene sono necessarie molte competenze condivise e coordinate. Innumerevoli volte, in questi settant’anni, nel discorso degli ufologi sono saltati fuori  – a volte palesi, a volte più difficili da rilevare – errori di ragionamento.

Errori e debolezze logiche che hanno reso la nostra disciplina, invece che più solida e compatta, debolissima ed esposta ad ogni critica di chi possiede gli strumenti per ragionare.

Di converso, essa è diventata in questo modo quasi sempre punto d’attrazione per persone che non amano la logica, l’articolazione del pensiero, il percorso cristallino della deduzione e della proporzione fra premesse e conclusioni.

Per questo, oggi proponiamo alla vostra lettura di interessati ai fenomeni UFO due volumi che si occupano di questo armamentario del pensiero – che non è un optional se vogliamo davvero un’ufologia scientifica.

Il primo è più recente dell’altro, anche se non nuovissimo.

Si tratta di Logically Fallacious, uscito nel 2012, una raccolta di 300 fallacie logiche ordinate, spiegate, presentate con esempi, con le eventuali eccezioni e con una serie di suggerimenti per individuarle, aggirarle, diagnosticarle. E’ opera dello scrittore Bo Bennett, dunque di un non-professionista del campo, cosa che non ne diminuisce per niente l’efficacia e il rigore.

L’altro volume, più vecchio, vale la pena di essere segnalato alla vostra ricerca perché davvero un ottimo mezzo di lavoro – anche per l’ufologo, come anticipato.

Strumenti per ragionare è uscito nella sua prima edizione nel 2002 per la Bruno Mondadori Editore e nella sua ultima nel 2017 per la casa editrice Pearson di Milano ed è dovuto a due filosofi della scienza, Giovanni Boniolo e Paolo Vidali.

E’ un lavoro destinato in modo esplicito a coloro che vogliono argomentare correttamente, ossia argomentare pro o contro una tesi utilizzando gli strumenti della logica, della dialettica e sapendo riconoscere o usare in modo cosciente e non ingannatore la retorica e le sue possibilità.

Ad esempio, la cosiddetta fallacia del residuo invocata nel 1979 dallo scettico James Oberg contro la realtà oggettiva dei fenomeni UFO (“non si può dire che gli UFO esistono perché residuano casi non identificati”), pur discussa nella sua congruità, è un caso esemplare di applicazione di dette questioni al nostro problema.

Se c’è una disciplina che per farsi onore ha proprio bisogno di persone che sappiano argomentare in modo corretto, quella è proprio l’ufologia scientifica, ossia quella desiderata e sostenuta dal Centro Italiano Studi Ufologici.

 

Un (piccolo) studio clinico francese su casi di abduction

Sulla rivista medica francese L’evolution psychiatrique il 30 agosto è uscito uno studio clinico  rilevante per l’ufologia.

E’ opera di Thomas Rabeyron, (foto da Le Midi Libre) studioso che ricopre la cattedra di psicologia clinica e psicopatologia presso l’Università della Lorena, a Nancy.

Rabeyron è anche membro del gruppo CIRCEE , un piccolo centro francese formato da ricercatori universitari e da clinici che si interessano delle cosiddette esperienze eccezionali. Ricordiamo che Rabeyron è stato fra i partecipanti all’importante congresso ufologico CAIPAN, che fu organizzato dal GEIPAN francese nel luglio 2014 e su cui abbiamo ampiamente riferito nel n. 41 di UFO – Rivista di Informazione Ufologica.

Proprio per questo ha pensato di valutare alcune ipotesi sulle esperienze di abduction,  ossia su quelli che in genere sono definiti “rapimenti UFO”.

Avuta la percezione dell’estendersi alla Francia di questo genere di narrazioni Rabeyron ha studiato due “rapiti” con l’aiuto dei metodi della metapsicologia psicoanalitica.   

Rabeyron ha così riesaminato l’idea – piuttosto diffusa nella letteratura delle scienze dell’uomo che hanno toccato l’argomento – che la paralisi del sonno che le accompagna e la capacità di rievocare le abduction tramite l’ipnosi regressiva siano strettamente connesse a pregresse dinamiche traumatiche, unite a quelle che gli psicologi clinici chiamano personalità inclini alla fantasia (FPP, Fantasy Prone Personalities).

Invece, con l’analisi dei due casi Rabeyron ha spostato l’attenzione verso strutture psichiche più arcaiche ed elementari, sostenendo che le abductions punterebbero verso un carattere traumatico dell’esperienza della seduzione, carattere legato alla caratteristica fondamentale della situazione antropologica: il contrasto traumatico fra realtà esterna aggressiva e seducente da una parte e la nostra psiche dall’altra.

Il percorso interpretativo aperto pare interessante, ma va notato che Rabeyron si è limitato ad analizzare in dettaglio due soggetti: il lavoro è quindi un case study di grande interesse unito ad una rivalutazione della letteratura corrente in ambito psichiatrico sul fenomeno abductions, ma trarre conclusioni da esso parrebbe un’esagerazione.

[ha collaborato al testo della notizia Roberto Labanti.]