“Un sigaro volante è sceso a Tripoli” – La strana storia che agitò gli italiani di Libia

di Giuseppe Stilo

Una delle conseguenze della sconfitta italiana nella Seconda Guerra Mondiale fu la perdita di tutte le colonie. Il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 sancì la nostra definitiva rinuncia a quanto possedevamo in Africa (Libia, Eritrea, Somalia) e nel Mediterraneo orientale (isole dell’Egeo).

Ne seguirono vicende complesse – spesso tragiche – che per alcuni decenni videro declinare e poi quasi dissolversi le vaste comunità di italiani di quei territori. Nel caso della Libia, i nostri concittadini, numerosissimi anche per la vicinanza geografica e concentrati soprattutto in Tripolitania, nel 1945 erano ancora 45.000. Una presenza che cesserà senza appello solo nel 1970, con l’espulsione totale dei connazionali decisa dal regime del colonnello Gheddafi un anno dopo la sua presa di potere con il colpo di stato che aveva rovesciato la monarchia filo-occidentale di re Idris.

In Libia le istituzioni culturali e le attività economiche italiane erano fiorenti. Fra le altre cose, e il punto ci interessa da vicino, nel paese nordafricano, come anche in Eritrea e in Somalia, era ben radicata la stampa quotidiana e periodica nella nostra lingua.

Ed è proprio di un esempio significativo di “importazione” in quella parte del mondo della questione allora giovane dei dischi volanti che si occuperà questo articolo.

 

Ufo e cultura coloniale

La diffusione dei motivi narrativi ufologici nelle ex-colonie italiane negli Anni 50 e 60 del Novecento è pochissimo esplorata. Sappiamo un po’ di più della loro presenza nei territori sotto dominio francese dell’Africa settentrionale, dove è plausibile che, oltre a piccole ondate di casistica, si fosse anche formato qualche embrione di interesse per la questione, poi dissoltosi con la decolonizzazione. Per quanto concerne Eritrea, Somalia e Libia, invece, la nostra conoscenza è composta di pochi frammenti, quasi esclusivamente riflesso da quanto da lì rimbalzava sulla stampa nazionale. Una piccola ondata, per esempio, ci fu in Eritrea nella primavera del 1950, in concomitanza con la prima, grande fase d’interesse italiano per i dischi volanti. e qualcosa s’intravede per lo stesso territorio e per la Somalia per ciò che concerne la colossale ondata del 1954, ma nel complesso è ben poco. Probabilmente ne furono veicolo testate come Il Quotidiano Eritreo, Corriere Eritreo e Corriere della Somalia (di quest’ultimo sappiamo qualcosa in più degli altri). Il caso più interessante, tuttavia, è senz’altro quello libico.

In quel paese, ora ne siamo certi, svolse un ruolo decisivo Il Corriere di Tripoli, un giornale che fu pubblicato dalla fine del 1911 sino al 1960, quando fu soppresso dalle autorità della Tripolitania e sostituito da un altro, con altro titolo. È sulle pagine del Corriere di Tripoli, che, sotto la pressione della mania per i dischi volanti iniziata in Italia nei primi giorni di settembre del 1954, tra ottobre e novembre esplose una serie di vicende al cui culmine sta l’incontro fra un colono italiano e un “sigaro volante” atterrato una notte davanti a lui. Si tratta di una vicenda nota da sempre per sommi capi agli studiosi italiani, perché fu menzionata sin da subito da quotidiani e settimanali del nostro paese. Tuttavia, fino a non molto tempo fa, nessuno aveva potuto consultare le fonti primarie della vicenda – una serie di articoli debordanti usciti sul Corriere di Tripoli. A questa lacuna ha posto rimedio nell’ottobre del 2023 Edoardo Russo, che queste fonti ha recuperato consultando presso la Biblioteca del Ministero degli Affari Esteri di Roma quella che probabilmente è una delle pochissime collezioni del quotidiano tripolino a esser sopravvissute.

La prima cosa che in questo modo è stato possibile chiarire è che il quotidiano tripolino arrivò assai tardi (e in maniera contenuta) a parlare della frenesia dei “dischi” esplosa ormai da alcune settimane in Italia a causa del contagio proveniente dalla Francia. Probabilmente fu costretto a farlo dalla forza travolgente delle notizie che senza dubbio anche la comunità nazionale discuteva – tanto più che, naturalmente, ogni giorno in Libia erano in edicola i quotidiani italiani, e tutti ascoltavano i giornali radio RAI.

I primi segni che la mania si stava estendendo agli abitanti della Tripolitania risalgono all’edizione di mercoledì 20 ottobre 1954. Due sere prima – così un trafiletto del Corriere – quattro persone che uscivano da un locale pubblico avevano visto “qualcosa che somigliava a un grosso sigaro” sfrecciare nel cielo di Tripoli. Il giorno dopo, nella prima, grande paginata finalmente dedicata a quanto stava accadendo in Italia e altrove, ecco un altro cenno a un “disco volante” avvistato nel cielo del quartiere delle Case operaie, probabilmente, peraltro, un riferimento all’episodio già riferito. Venerdì 22, un altro articoletto: un libico tripolino, dunque non un italiano, aveva riferito “con un certo pudore” al quotidiano di aver visto due sere prima, nel tratto fra Zuara e Tripoli, “qualcosa di strano come un fuso allungato, cioè la classica forma del sigaro volante”.

Forse colpita dal clamore che giungeva dall’Italia e dalla Francia sugli avvistamenti di quelli che erano stati chiamati sigari volanti (un grande pallone visto su Roma il 17 settembre, il super-bolide del 14 ottobre) fin da subito per gli avvistamenti locali la redazione del quotidiano predilesse senza tentennamenti quella espressione a quella di dischi. Una dinamica generale, quella del contagio delle nostre ex-colonie, come già accennato in quelle settimane manifestatosi anche in Somalia, dove comparve un pugno di avvistamenti fatti spesso da nostri connazionali, ma iniziati in ritardo rispetto ai picchi della mania italiana, e comunque riferiti dal Corriere della Somalia di Mogadiscio senza particolare enfasi.

In tutto ciò, ad ogni modo, nulla sembrava presagire a ciò che stava per accadere.

 

Una visita insistente in redazione

Nella giornata di domenica 24 ottobre 1954 (si direbbe che il quotidiano uscisse in orario piuttosto avanzato), in prima pagina e con grande evidenza, i lettori del Corriere di Tripoli trovarono un articolo dal titolo eccitante: Un ‘sigaro volante’ sarebbe atterrato l’altra sera nella azienda agricola Onorato ad Ain Zara. I “cosi” di cui tanto si parlava, dunque, erano finalmente sbarcati nel bel mezzo della comunità italiana di Libia.

L’articolo, non firmato, era incredibilmente ricco di dettagli. La mia opinione è che nella copertura così insistente della vicenda che ora vedremo abbia svolto un ruolo fondamentale lo stesso direttore del quotidiano, Marcello Moisé Ortona (1922-2002), che fu a capo del Corriere dal 1945 al 1957, in tempi difficili per lui, per la comunità ebraica di Libia alla quale apparteneva e per il resto degli italiani residenti lì.

Un certo A.D., con ogni evidenza un italiano, aveva telefonato alla redazione chiedendo che qualcuno andasse presso il suo negozio per una comunicazione “importante e delicata”. Il redattore non aveva potuto dar seguito all’incontro, inizialmente fissato per le 13, e perciò, nel pomeriggio del 23, A.D. si era presentato al Corriere di Tripoli con alcuni amici, sostenendo che un sigaro volante era atterrato a cinque chilometri dalla capitale libica e che aveva lasciato tracce sul terreno. Proprio per constatare quelle tracce, chiedeva che fosse subito mandato sul posto qualcuno del giornale. Lo avevano accontentato: un cronista e un fotografo si erano mossi subito.

Teniamo presente sin da ora un fatto fondamentale: a quel tempo, a pochi chilometri a est di Tripoli, aveva sede una delle maggiori basi aeree statunitensi del mondo, la Wheelus Air Force Base, dalla quale muoveva un traffico intensissimo di velivoli di ogni tipo e fra i più avanzati del tempo. Con la fine del dominio italiano, la Libia era diventata una piattaforma militare importantissima per gli Stati Uniti e per la Gran Bretagna, e Wheelus era un sito fondamentale nella contrapposizione con il blocco sovietico.

La presenza del personale militare statunitense e l’arrivo del mondo e dell’immaginario che lo accompagnava ebbe un impatto culturale potentissimo sulla Libia: il futuro era giunto letteralmente sulla soglia di casa, con tutte le sue promesse – e con tutte le sue minacce, visto che lì facevano sosta anche i bombardieri strategici destinati, se necessario, a portare le testate atomiche sull’Unione Sovietica e sui suoi alleati. E, a dire il vero, la storia che il Corriere di Tripoli presentò ai suoi lettori ha in sé parecchio di minaccioso, qualcosa di foriero di guerra – e non di guerra fra pianeti.

Il luogo del presunto episodio era il terreno di un’azienda agricola della cittadina di Ain Zara, località cinque chilometri a sud di Tripoli, oggi parte della grande conurbazione cittadina. Quell’azienda, di proprietà del professor Raffaele Onorato, era gestita da un colono nato in un paesino della provincia di Catania, un ventinovenne il cui nome era indicato in Carmelo Rapotto (vedremo più avanti che il cognome conteneva un errore). A tutti, a detta del cronista, “Rapotto” appariva uomo solido e concreto, poco interessato alla questione dei dischi volanti e dedito al suo lavoro.

 

Un aereo da guerra e i suoi mille apparati

Stando al cronista, l’uomo aveva raccontato che alle 3 di mattina di sabato 23 ottobre, dopo un giro d’ispezione ai guardiani della proprietà Onorato, si era recato in una zona che era stata arata nel corso della giornata con l’intento di seminare dell’erba, quando ad un certo punto aveva visto “brillare qualcosa nel cielo”, ma non ci aveva fatto troppo caso, anche perché negli stessi momenti sentiva un rombo di motori, e non sarebbe stata certo quella la prima volta nella quale, anche in quell’ora notturna, gli sarebbe capitato di scorgere aerei ed elicotteri sorvolare il cielo dell’azienda.

Soltanto che, stando al racconto del Corriere di Tripoli, questa volta “l’apparizione luminosa” era scesa verso terra a poche decine di metri dall’uomo, poggiando “al suolo silenziosamente come una falda di neve” – un’immagine poetica, per un vero e proprio ordigno come quello che stava per esser descritto.

Il cronista spiegava di aver fatto di persona degli accertamenti (non meglio esplicitati, ma si può supporre che fossero state azzardate delle misurazioni sul posto) insieme a A. D., l’uomo che per primo aveva riferito quella storia alla redazione. Se ne desumeva che il presunto velivolo sarebbe stato piuttosto piccolino: “uno chassis della larghezza di circa m. 2,50 e della lunghezza di m. 3”, da cui il giornalista deduceva una fusoliera lunga 5-6 metri e larga tre, impressione che, oltre a lui, avrebbe avuto lo stesso testimone.

Ma quel che più conta è che l’aspetto dell’aereo (tutto il racconto ha i toni della rivelazione di un segreto aeronautico, e il termine “aereo” ricorre ovunque) era stato ricostruito dal colono in uno schizzo rudimentale che sarà pubblicato nell’edizione di martedì 26 dal Corriere.


Ancora più sorprendente era però quello che si diceva dell’aspetto complessivo dell’aereo.

Ha la sagoma di un’automobile aerodinamica con una coda, che evidentemente funge da timone.

Sembra di leggere la descrizione delle auto di Nuvolari – un mostro d’acciaio che, più che saettare nel cielo, come è logico aspettarsi da un sigaro volante, può slittare sul terreno. Del resto, a pochi chilometri dal luogo dell’incontro, oltre alla base aerea Wheelus, casa dei nuovi mostri dell’aria dell’era atomica, c’erano ancora le piste dell’autodromo della Mellaha, uno dei luoghi mitici dell’immaginario italiano sotto il fascismo. Dal 1933, quando fu inaugurato dal governatore della colonia, Italo Balbo, e sino all’entrata in guerra dell’Italia, nel 1940, l’autodromo ospitò il Gran Premio di Tripoli, che in precedenza si era corso in città e dal quale dipendeva un altro sogno proibito degli italiani felici per quanto il fascismo gli faceva: vincere la Lotteria di Tripoli, legata alla classifica di quella gara automobilistica.

Per tornare alla descrizione del velivolo: la parte inferiore dell’aereo era bianca, e secondo il testimone era in alluminio – altro mito delle tecnologie aeronautiche dell’epoca eroica del volo e anche dell’immaginario ufologico sin dalla colossale ondata delle airship che avevano invaso i cieli americani nel 1896-97 – sopra, c’era del materiale trasparente diviso in sezioni. Sul muso, a destra e a sinistra, due fori, e, al centro di proravia, una comoda scaletta esterna. L’aereo poggiava su sei ruote: quattro anteriori, disposte a coppie, distanti fra loro 1,85 m, e due posteriori, distanti fra loro 50 cm. Un mostro, sì, ma piuttosto compatto, insomma, simile, ma più piccolo di un aereo da caccia della prima metà degli Anni 50.

Non mancavano strutture un po’ più esotiche: sotto la fusoliera (il testimone aveva girato senza alcuna fretta intorno all’apparecchio) c’erano due tubi “a forma di corno”. A prora e a poppa si vedevano delle normali antenne radio, con la prima che, addirittura, faceva capo a un apparecchio ricetrasmittente. E di un aereo da guerra, si direbbe, si trattava: dalla parte posteriore “sporgevano due canne di mitragliatrici con manicotti forati”, esattamente com’era per tante mitragliatrici del tempo, per esempio per le Browning M2 americane che tutti avevano visto negli anni precedenti nel ruolo di armi di squadra, oppure montate sopra la torretta di carri armati e altri corazzati, in primis quelli alleati entrati a Tripoli nel gennaio del 1943, e in tempi più recenti, nei cinegiornali che documentavano la Guerra di Corea.

 

Uno del nord”

Ora, il testimone poteva osservare senza intoppi che cosa c’era dentro l’aereo, visto che era illuminato da “una luce bianchissima data da otto lampade a forma quadrangolare”. Proiettavano dei bei raggi di luce per due-quattro metri intorno, adattissimi a fare da spot teatrale per il culmine dello spettacolo: all’interno dell’aereo inquadravano “sei uomini rivestiti di tute di colore giallastro e con volti coperti”. Niente tratti del volto visibili, dunque? Nessuna possibile identificazione suggerita? Chi erano quei sei uomini?

Non preoccupatevi: a un certo punto, uno dei sei aveva “dovuto scoprirsi il volto e soffiare in un tubo”. Il lettore doveva sapere di chi era, il sigaro volante. Ecco dunque la domanda del cronista al testimone.

Che cosa vi è sembrato che fosse, costui? Che volto aveva? Marziano?

No, non era “marziano” il senso del racconto.

Marziano? Non so che razza sia! Mi è sembrato il volto di uno del nord. Che so, americano, inglese, russo! Non saprei che dire, perché non gli ho chiesto la carta d’identità.

Per niente spaventato, il testimone si era avvicinato gridando un plausibile Hello! e aveva visto l’accesso ai segreti più reconditi: una scaletta posta sul lato sinistro del velivolo. Aveva provato a salirci, per vedere più da vicino, ma come in altri racconti ufologici di quegli anni, il coronamento dell’esperienza gli era stato impedito. Mettendo la mano sulla scaletta era stato “ributtato indietro da una forte scarica, come se avessi toccato un cavo elettrico”. Sgomento, si era allontanato, colpito da quel sistema anti-intrusi basato sull’energia.

Dopo questo primo sforzo frustrato, quello che gli avrebbe permesso di vedere l’interno dello spazio più recondito, il racconto si avviava alla sua seconda parte con un’ulteriore negazione: il fallimento del tentativo di allargare l’esperienza dal singolo a terzi, come del resto è regola in questo genere di storie. L’incontro con il “segreto” doveva rimanere privato, individuale, perché troppo prezioso. Il testimone aveva pensato di chiamare qualche contadino, ma aveva visto uno dell’equipaggio fargli un gesto come di minaccia, del tipo “fila via”. Aveva dunque rinunciato, non senza provare a fissare sulla carta di un pacchetto di sigarette l’aspetto dell’aereo, disegnandolo mentre ancora era al suolo. Continuava peraltro a osservare più da lontano quello che gli era stato impedito di vedere meglio dalla “scarica” simile a quella di “un cavo elettrico”: l’equipaggio che lavorava “intorno a dei meccanismi”, dentro l’aereo. “Evidentemente si trattava di un atterraggio forzato per qualche guasto” – ecco comparire un altro topos delle prime storie di incontri con i piloti dei dischi volanti, cioè la circostanza fortuita, costituita dal temporaneo difetto del velivolo o dalla scoperta da parte del testimone dell’atto esplorativo del territorio dell’equipaggio, disturbato dalla comparsa in scena del testimone, e, di norma, interrotto dal suo agitarsi.

Il colono però, malgrado quanto si è visto, se ne sta ancora lì, comodamente. Non c’è niente di affrettato, in questa storia. Tutto è lentissimo, levantino e temporalmente dilatato.

L’apparecchio ha sostato per circa un quarto d’ora, quindi silenziosamente si è levato in alto, lentamente, in posizione verticale per circa 50 metri e poi ha filato a velocità vertiginosa verso oriente.

Il testimone aveva constatato poche ore dopo la realtà persistente dell’evento. Tornato sul posto, aveva infatti visto che il battistrada dei copertoni delle ruote del sigaro aveva lasciato delle tracce a sezioni quadrate, rivestite da un velo verdastro. Ce n’era solo un pezzo, ci teneva a dire: se avesse strisciato a lungo si sarebbe visto un tratto assai più lungo. Invece, insisteva, proprio quella era la dimostrazione che l’aereo era atterrato perpendicolarmente, ripartendo poi allo stesso modo. A. D., quello che era stato per primo al Corriere di Tripoli, e che il testimone definiva “un mio amico”, aveva addirittura prelevato un campione del terreno impregnato di quella sostanza (il “velo verdastro”) per farlo esaminare da un chimico. Esattamente come in altri episodi analoghi, un sodale del testimone intendeva ora disporre di qualcosa di più della parola dell’amico: c’erano segni concreti, esaminabili in laboratorio, da recare a corredo del racconto fatto a voce.

Chi scriveva per il Corriere di Tripoli sembrava impressionato da alcuni dettagli: la “scarica elettrica” descritta dal testimone, non era forse la stessa menzionata in un articolo de Il Messaggero di Roma, arrivato a Tripoli il giorno 23, da testimoni francesi della Charente e della Mosella? E poi, il testimone non parlava per niente di “esseri siderali”: i suoi erano “cristiani”, uomini come noi – e dunque, per il quotidiano, era da escludere che “l’elemento fantastico” fosse alla base di quella storia. E poi era arrivata anche un’altra testimonianza: un autotrasportatore, il signor Fichera, e il suo autista, avevano visto anche loro, sere prima, uno dei sigari volanti.

 

Foto, sospetti, e qualche polemica

In realtà, la storia accidentata del sigaro volante di Tripoli era appena ai suoi esordi. Nei giorni successivi al primo articolo e sempre attraverso il Corriere si accese infatti un’incredibile polemica fatta di minuzie, di contrasti più o meno sopiti in poche ore e di precisazioni piccate che per qualche giorno ricevettero uno spazio smisurato sul quotidiano – uno spazio addirittura maggiore dello stesso “sigaro” di qualche potenza non meglio identificabile.

Dopo la pausa di lunedì 25 ottobre (di norma, a quel tempo i quotidiani non erano pubblicati nel primo giorno della settimana), nell’edizione di martedì 26 la metà della prima pagina del quotidiano e parte della terza furono di nuovo dedicate al nostro incidente. La linea del giornale ormai era netta: o si era trattato di un mezzo di un paese occidentale, oppure di un aereo sovietico, oppure di paesi alleati dei russi. Nel primo caso, ci sarebbe stato poco da eccepire, ma nel secondo, sarebbero stati guai. Ma, a parte questo, i toni della vicenda stavano diventando quelli della spy story da fantasie sulle superarmi della guerra fredda. Il fratello del testimone (a proposito: il suo nome era Papotto, non “Rapotto”, come scritto per errore nel primo articolo) aveva raccontato che domenica 24, al mattino, Carmelo aveva ricevuto presso l’azienda agricola Onorato la visita di tre uomini che gli avevano chiesto in maniera aggressiva di dargli il disegno del misterioso aereo che aveva fatto mentre il “coso” era ancora davanti lui. Papotto aveva reagito in malo modo, dicendo che lo avrebbe dato soltanto alle autorità (a dire il vero, la prima cosa che si nota nell’articolo del Corriere è che il disegno faceva bella mostra di sé, e, dunque, di che cosa si trattava era già chiaro per chiunque, andando in edicola: forse la decisione di pubblicarlo fu presa  solo dopo l’animato colloquio del testimone con il gruppetto?). I tre, comunque, se ne erano andati dopo essersi rivolti al testimone in italiano, ma parlottando fra loro in una lingua straniera non meglio precisata. Papotto aveva poi aggiunto di persona altri dettagli parlando con i giornalisti. Uno dei tre era bruno – doveva essere un tripolino – gli altri due erano biondi. Si erano presentati a suo zio, Angelo Georlandino, e il testimone li aveva poi raggiunti: erano a bordo di una Vanguard di tipo giardiniera – una tipica vettura americana dell’epoca, prodotta dalla Standard. Papotto era salito a bordo, e a quel punto gli avevano chiesto il disegno. Aveva risposto che l’aveva dato al Corriere di Tripoli, che era “un organo del governo” — dunque, la pubblicazione del disegno avrebbe seguito quella strada, quella “ufficiale”. Quelli avevano parlottato fra loro forse in francese, insistendo per avere lo schizzo. Intimorito dall’atteggiamento e approfittando di un rallentamento della vettura, era sceso e quelli quasi si erano scusati per la richiesta, sostenendo che volevano lo schizzo soltanto “per vedere com’era fatto”.

Insomma, un incontro con un terzetto di agenti segreti un po’ goffi e incerti, con il testimone che si rivela quasi temerario, al confronto dei “tre individui”.

Dal canto suo, il redattore del Corriere non esitava a mettere altra carne al fuoco – era evidente che il giornale era ormai parte centrale della polemica. Perché Papotto, che era andato in redazione la mattina di lunedì 25, non aveva detto già allora di quella visita ai redattori del quotidiano? Perché avevano dovuto apprendere la cosa dal fratello? In più, verso metà 25 giornata, Papotto era stato interrogato dalla Polizia – e degli eventuali esiti della cosa non sappiamo niente.

Il giornalista del Corriere di Tripoli ci teneva molto anche a chiarire “la genesi della notizia”: a raccontare per primo dell’episodio era stato il commerciante Antonio Di Maio (quello che in precedenza era stato identificato soltanto come A.D.). Nel pomeriggio di sabato 23 ottobre, visto che non avevano potuto andare da lui, i giornalisti avevano ricevuto la visita del figlio di Di Maio, quella di un certo Alfio Racito e di un altro uomo, ed erano stati loro a raccontare per la prima volta la storia. Soltanto dopo quel colloquio i reporters erano andati sul luogo dell’episodio, insieme a un fotografo. La mattina di lunedì 25, dopo aver ascoltato Papotto, il giornalista del Corriere si era convinto che non si trattava né di un’invenzione né di un qualcosa dovuto a stranezze del testimone – tanto più (particolare interessante) che Papotto aveva spiegato che per sue questioni personali non avrebbe avuto alcuna intenzione di render pubblica la storia, se fosse dipeso da lui. Era però successo che aveva chiesto di prendere delle foto dell’azienda ad Alfio Racito, che, domandogli quale ne fosse il motivo di quella richiesta, alla fine era stato messo a parte dell’avventura notturna che Papotto sosteneva di aver vissuto. Emergevano anche altri dettagli della storia – dettagli ancora più… dettagliati. In un primo momento Papotto aveva pensato di trovarsi davanti a un elicottero americano; il gesto che gli aveva rivolto uno dell’equipaggio non era di minaccia, ma un ordine di non muoversi; aveva visto smontare e rimontare una delle sei ruote sottostanti l’aereo, che poi si era richiusa in un cofano dopo che quello aveva premuto un bottone, e tutto senza preoccuparsi eccessivamente della presenza del testimone…

Più che un incontro con un disco volante, il senso era quello di una visita ad un improvvisato centro di manutenzione aeronautica, con il velivolo segreto visibilissimo senza grandi problemi a un agricoltore passato di là per caso.

C’erano forse dei sedili, a bordo? Certo che c’erano: uno era a prua, davanti a quello che per Papotto era un apparecchio radio – del resto, seduto lì c’era un operatore, con cuffia in testa e fili, e poi altri due altri membri dell’equipaggio, che stavano davanti a dei cruscotti (per il testimone, quello era il posto di pilotaggio). Altri due sedili erano più indietro, e un sesto all’altezza della ruota che era stata smontata e rimontata. Sei posti e sei membri d’equipaggio, dunque, quelli che aveva visto, uno per uno. Aveva anche ricostruito meglio l’ora in cui era iniziato il fatto: le 3 e 25, per una durata complessiva di un quarto d’ora. Era adirato con il direttore del Corriere, Marcello Ortona: sosteneva di aver già avuto troppe seccature, per quella faccenda, a causa del quotidiano, aggiungendo che se in futuro avesse visto un altro aereo strano, si sarebbe guardato bene dal raccontarlo “anche se fosse stato carico di sterline”.

Il Corriere fece esaminare le tracce (qui sopra: la foto che fu pubblicata in quell’articolo) a un tecnico automobilistico, Emanuele Japichino, che le descrisse in dettaglio in una dichiarazione riprodotta dal quotidiano. Erano impronte di ruote rivestite di gomma, probabilmente piene, con sezioni dei battistrada che indicavano trattarsi di ruote di un “comune tipo commerciale”. Nel complesso, le tracce delle ruote anteriori apparivano accoppiate “come comuni ruote di autotreni”. Seguivano i dettagli delle dimensioni delle impronte, compatibili con quelle delle ruote di un camion. Quanto alle tracce bluastre (e non verdi, come scritto in un primo tempo), corrispondevano alle sezioni del battistrada, che aveva forma quadrangolare. Stando alla perizia, potevano essere dovute a  “una sostanza protettiva, che normalmente s’usa mettere intorno alle gomme, in magazzino, per la loro protezione”. Tuttavia il tecnico aspettava, per capirne la composizione precisa, le già annunciate analisi del chimico, quelle di cui si era parlato nel primo articolo del Corriere.

Japichino ci teneva comunque a precisare che gli sembrava di poter escludere “una artata compressione” delle ruote, e questo per vari motivi. Dalle foto fatte (ma Japichino non aveva visto di persona il terreno, ormai calpestato dai curiosi) intorno alle tracce delle ruote non c’era nient’altro, e in più, gli sembravano esser state tracciate in maniera precisissima, con l’apparenza di un movimento di escursione longitudinale, magari effettuato da qualcosa in fase di atterraggio e decollo. Si poteva obiettare che le tracce di un eventuale manipolatore potevano essere state volutamente cancellate, ma lui non trovava un motivo valido “per cui si dovesse ricorrere a questo espediente”.

Insomma: ruote dall’aspetto normalissimo, ma – dalle foto che aveva visto Japichino – giunte in quel campo in maniera insolita, cioè… dall’alto.

 

Colpo di scena: i tre individui misteriosi si presentano!

Si può pensare ora che, col passare delle ore e dei giorni, il chiasso intorno al racconto andasse diminuendo, ma non fu affatto così. Ecco dunque mercoledì 27 ottobre comparire sul quotidiano un’altra paginata di considerazioni più o meno oziose, di scambi di battute fra l’uno e l’altro protagonista, di polemichette e di piccoli colpi di scena accalorati.

Mentre la mattina di martedì 26 la Polizia libica proseguiva le sue indagini, secondo il Corriere sembrava che sul posto si fossero recati anche “esperti inglesi e americani”. Interrogato, il professor Paolo Onorato, il proprietario dell’azienda in cui lavorava Papotto, ne diceva ogni bene, pur conoscendo meglio il fratello piuttosto che lui: non credeva possibile si fosse inventato una storia simile, perché persona semplice, dedita al lavoro, senza nessuna ombra. Un lettore, dal canto suo, si chiedeva se i radar della base Wheelus avessero visto qualcosa, e il direttore Ortona rispondeva che, pur conoscendo di persona il comandante, di certo – ammesso qualcosa fosse stato visto – non sarebbero andati certo a raccontarlo a lui. Ortona, il direttore del Corriere di Tripoli, comunque aveva contattato un funzionario italiano della BOAC, le maggiori linee aeree inglesi del tempo, e attraverso lui aveva saputo che alla torre di controllo del traffico civile di Tripoli, nel periodo indicato da Papotto per il suo incontro non avevano rilevato niente di speciale. Certo, il testimone e altri che erano stati sul posto dicevano di esser stati colpiti da mal di testa – magari per contatto con sostanze venefiche lasciate dal “sigaro volante” – ma, almeno in questo, il quotidiano gettava acqua sul fuoco e non si spingeva a collegare la cosa al racconto sull’aereo misterioso. Nessuno dei giornalisti, il direttore Ortona e il fotografo, che pure erano stati a lungo sul luogo, avevano registrato il benché minimo sintomo: per il Corriere di Tripoli si trattava di malori vaghi, associati all’episodio per autosuggestione.

Ad ogni modo, ancora colonne e colonne di parole, in uno stile ampolloso e dilatato, in sostanza per aggiungere poco o niente. A dire il vero, qualcosa di nuovo c’era, ed era qualcosa che aveva a che fare con il microambiente che da giorni si era formato intorno al sigaro volante. I tre misteriosi individui che volevano il disegno da Papotto si erano palesati. Non erano né marziani, né agenti segreti o funzionari di polizia o giornalisti, ma tre cittadini che, incuriositi, volevano sapere qualcosa di più dal testimone. E fu a questo punto che la storia del sigaro volante, per un attimo, rischiò di portare con sé una denuncia. L’articolo che racconta questa circostanza è chilometrico: proverò a sintetizzarlo, perché diversamente non se ne uscirebbe vivi.

Prima però un’altra delusione di rilievo, giunta nello stesso pezzo, e cioè la mancata analisi delle tracce delle “ruote di atterraggio”, quella che era stata da poco promessa. Di Maio, il primo a raccontare al Corriere di Tripoli la storia, aveva concordato con un perito, certo dottor Niccoli, l’analisi della “sostanza bluastra” prelevata dalle tracce. Poi, però, non se n’era fatto nulla. Di Maio aggiunse soltanto di concordare con le considerazioni del perito Japichino: doveva trattarsi di sostanza protettiva per pneumatici. Inutile, dunque, fare le analisi e spendere parecchi soldi per una cosa del genere! Insomma, di qualsiasi cosa si trattasse, l’idea si arenò lì.

Quanto al gruppetto dei tre, si trattava di un avvocato, di un odontotecnico e di un dirigente di un’impresa. L’avvocato aveva chiesto a Papotto e ai giornalisti di andare nel suo studio, per spiegargli com’era andata davvero; poi, i tre, impazienti, si erano recati di persona ad Ain Zara e avevano chiesto del testimone. Quello, tranquillo e sorridente, aveva raccontato anche a loro la vicenda, e anzi, li aveva portati a vedere le tracce, che aveva coperto con una lamiera. Si erano fatti insieme delle foto. Aveva raccontato anche altri particolari: gli uomini a bordo dell’aereo avevano una maschera “a forma di proboscide”. Ne aveva potuto vedere i tratti del volto perché ad un certo punto uno aveva sollevato la maschera per soffiare “in una turbina” – non “in un tubo”, dunque, ma in un motore come quelli che usiamo noi terrestri negli aerei. La parte inferiore del velivolo sarebbe stata di qualcosa simile al vetro, mentre quella superiore sarebbe stata di metallo bianco, forse di alluminio. Emetteva anche un rumore, “simile a quello di un compressore di filobus” – cosa che fa pensare che l’uomo volesse riferirsi a una propulsione paragonabile a quella di un mezzo elettrico.

Gli avevano però chiesto di far vedere di persona lo schizzo che aveva fatto, ma quello si era rifiutato. Ma come – avevano ribattuto – il suo disegno stava per andare sul Corriere di Tripoli, lo avrebbero visto tutti! E qui, ennesimo colpo di scena: il disegno che stava per essere pubblicato lo aveva fatto dopo l’incontro con l’aereo misterioso. E di quello “vero”, che cosa intendeva farne? Beh, voleva andare a Roma, a spese sue, e consegnarlo personalmente al governo italiano. Sembravano prospettarsi sviluppi clamorosi: il “vero” disegno dell’aereo misterioso doveva andare alle autorità del nostro paese!

Fu a questo punto che sarebbe insorto l’equivoco. Papotto, in una sua dichiarazione pubblicata anch’essa, in sostanza spiegava di essersi spaventato, dopo che era salito in auto con i tre, non sapendo chi fossero. Quando si era rifiutato di far vedere lo schizzo, che intendeva mostrare solo “alle autorità competenti”, avrebbe aggiunto di “non pretendere niente”, dal punto di vista del profitto, e che si trattava di “un suo capriccio”. Alle insistenze di quello seduto accanto a lui sul sedile posteriore, preoccupato per la piega che stava prendendo la cosa, era sceso di colpo dall’auto, mentre quelli quasi si scusavano per l’accaduto. Un episodio banale, si direbbe, se non fosse che i tre, sentendosi oltraggiati dal modo in cui il colloquio era stato riferito nell’edizione del Corriere del 26, per mezzo dell’avvocato avrebbero minacciato una denuncia!

 

Signore e signori, ecco altri interpreti in scena!

Ormai sembrava fosse accaduto quasi tutto quello che poteva accadere in questo mondo. Dopo quattro giorni di enorme attenzione dedicata al racconto, e in mancanza di ulteriori sviluppi il ciclo vitale di questa storia sembrava destinato a entrare nella sua fase finale: invece, non era così. Nella sua edizione di giovedì 28 ottobre il Corriere di Tripoli voleva riservare al suo pubblico ancora un’ultima emozione. La platea dei personaggi di questa vicenda era destinata ad allargarsi ancora di più, fino a che la serie dei personaggi di questa rappresentazione affollata non fosse stata completa.

Mentre la redazione cercava di calmare i tre offesi dalle dichiarazioni di Papotto e in città si discuteva con veemenza della storia, il giornale provava a difendere il testimone anche da un altro punto di vista. Sembrava che l’avvocato, viste le tracce, fosse critico sulla realtà della vicenda: gli sembravano “poco profonde”, per un mezzo sceso dal cielo,  presumibilmente assai pesante. Per questo, aveva interpellato di nuovo Japichino, il tecnico automobilistico che aveva già fornito il suo parere. Dava per scontato che il mezzo fosse “un’aeronave” e che, quindi, si fosse posata lievemente, senza spinta di caduta. Il tipo di terreno, peraltro, era molto compatto. Non si sa bene perché, ma per lui era possibile che il velivolo avesse “il peso di una tonnellata”. Come avesse fatto quei calcoli, non era dato sapere. D’altro canto, obiettava ancora la redazione, o si trattava di un aereo nemico, oppure di uno di un paese amico. In entrambi i casi, perché non c’era stata alcuna attività dalla base americana, distante pochi chilometri?

E poi, non c’era forse una testimonianza collaterale, ad avvalorare la vicenda? Come sempre, nella storia dell’ufologia, basta chiedere ad alta voce, e i resoconti di altre persone arrivano. Nel nostro caso, nell’edizione del Corriere di Tripoli di sabato 30 ottobre, si trattò di un agricoltore molto noto a Tripoli, anche lui un italiano, il commendatore Giacomo Grandi. Mentre alle 22 di venerdì 22 ottobre era in bicicletta sul ponte della ferrovia della zona delle Case Operaie, per circa venti secondi aveva visto una massa incandescente di luce verdastra, rotante, che procedeva velocissima verso ovest. Secondo lui non era lontana: 600 o 700 metri. Un avvistamento banale, di qualsiasi cosa si trattasse (forse, peraltro, lo stesso di cui avevamo accennato in apertura, con data diversa?), ma quel che conta è che il Corriere di Tripoli gli dava ora una rilevanza spropositata, collegandolo senza alcun dubbio alla storia dell’atterraggio che, del resto, “era avvenuto appena cinque ore dopo” – un tempo che, evidentemente, era considerato irrilevante. A parte la prosecuzione della piccola polemica sulla minaccia di querela  – l’avvocato ci teneva ancora a precisare che lui e i suoi due amici erano stati del tutto cordiali, durante l’incontro della mattina del 25 – si apprendeva che la Polizia aveva condotto una serie di interrogatori: aveva sentito Di Maio e i tre del gruppetto dei curiosi, ma sembra che dalla cosa non fosse emerso nulla di sostanzialmente nuovo.

Soltanto, in chiusura, un dettaglio interessante, probabilmente aggiunto dal quotidiano poco prima di andare in macchina. Al Corriere di Tripoli risultava che la Polizia, dopo aver interrogato con scrupolo Papotto e condotto diversi sopralluoghi, si era convinta che il velivolo non fosse certo “un’astronave marziana”, ma di “un aeromobile di provenienza nordica, sia dal punto di vista inventivo che costruttivo”. Che cosa significasse un’affermazione del genere non è per niente chiaro. Si può dire che, nel suo primo articolo, col termine “nordico” il quotidiano aveva scritto di riferirsi agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, o alla Russia. Insomma, ammesso che la cosa corrispondesse a realtà, si direbbe che la Polizia libica pensasse che l’uomo avesse scambiato un qualche velivolo, magari di stanza alla base Wheelus, per qualcosa di misterioso. Ad ogni modo, al quotidiano risultava pure che nessun altro dei tanti coloni di Ain Zara aveva visto nulla d’insolito, anche se giustificava la cosa con il fatto che, da anni, nella zona erano abituati al traffico intenso degli aerei della base statunitense.

 

I “sigari volanti”? Li hanno inventati qui

Niente da fare: il Corriere di Tripoli era insaziabile. Forse, l’ideatore dei sigari volanti come quello descritto da Papotto non era un nordico: era un italiano, ed abitava in Tripolitania! Non ci credete?

Un giornalista del quotidiano aveva raccolto le confidenze di un non meglio precisato funzionario tecnico, secondo le quali nella cittadina di Engila, a una ventina di chilometri da Tripoli, da anni un agricoltore compiva esperimenti “in uno speciale pozzo”, sull’annullamento della gravità. La storia, apparsa in un ulteriore articolo venerdì 29 ottobre, comportava una spiegazione del nostro episodio a dir poco improbabile ma coerente con l’intero ciclo narrativo di cui ci stiamo occupando. L’apparecchio ideato dall’agricoltore italiano era rivestito di un materiale che “lo isolava dai raggi cosmici”. Fra la lastra e il peso del velivolo si produceva una forza che generava “un vuoto assoluto, come quello torricelliano”, e via chiacchierando di cose senza capo né coda. C’era anche un rozzo disegnino (riprodotto qui sotto) che avrebbe dovuto rappresentare il funzionamento della super-macchina volante pensata dall’agricoltore appassionato di fisica.

Forse era proprio perché funzionava sulla base di quei principi che il “misterioso aereo di Papotto” era sceso ed era risalito “come una piuma o una falda di neve”, in perfetto silenzio. Un velivolo un po’ italiano, dunque, capace di annullare la gravità, e pensato vicino a casa del testimone.

Questa che si delinea attraverso il Corriere di Tripoli è anche la chiave di lettura che suggerirò per questa lunga serie di articoli giornalistici: un breve ciclo che nasce, si sviluppa e si spegne interamente nell’ambito dell’idea del mezzo avanzato di una potenza straniera, una di quelle che, con la loro tecnica futuristica, dominavano il mondo a metà del Ventesimo secolo e facevano quello che più gli aggradava, ma, forse con un po’ di genio italiano dentro.

Intanto, la piccola tempesta della minacciata querela sembrava placarsi. Stando al quotidiano, il cui direttore gongolava per le vendite in crescita grazie al sigaro volante-Papotto, l’avvocato e i suoi amici probabilmente avevano soprasseduto dall’intraprendere le vie legali. C’era comunque almeno un dettaglio più sobrio. Un cronista del quotidiano era stato mandato alla base Wheelus per chiedere se loro avevano un parere sull’accaduto. Era stato ricevuto da un capitano e dal signor Dibb – si direbbe un funzionario civile – che avevano dichiarato di non sapere nulla della cosa.

Con la fine del mese e dopo una settimana di fuoco, finalmente l’incredibile quantità di parole prodotta dal Corriere di Tripoli andò placandosi. Ci furono altri avvistamenti e alcuni segni dell’eco che la storia aveva suscitato in Tripolitania, ma poco altro.

Il 30 ottobre grazie al Caffè Garibaldi di Tripoli, sappiamo che qualche notte prima, i marziani (eccoli, finalmente, i marziani, almeno nella pubblicità) erano atterrati di notte sulla terrazza del locale per gustare le specialità del rinomato locale; Il 31, la notizia era che la sera prima, al tramonto, un altro misterioso volante (era scritto proprio così) era stato avvistato in cielo da un gruppo di persone che si trovava presso il Monumento ai caduti, a Tripoli: brillava di luce argentea, ed era transitato davanti al Sole; l’ennesimo misterioso volante, stavolta blu scuro, era apparso di nuovo a Tripoli la sera di sabato 6 (Corriere di Tripoli, 9 novembre). Poi, dopo sedici giorni, la sarabanda si concluse.

Nel frattempo, però, c’era stata un’altra piccola sorpresa. Un settimanale di Tripoli, stavolta un giornale in lingua inglese che serviva le forze militari britanniche e Usa, il Sunday Ghibli, il 31 ottobre aveva riassunto – in toni lievemente ironici – il colossale rilievo che il Corriere di Tripoli aveva dato alla vicenda, ma aggiungendo tre particolari interessanti. Il Ghibli aveva sentito funzionari della base Wheelus che, dopo aver detto che nessun aereo a loro disposizione era in grado di fare quelle cose, si dicevano interessati a saperne di più; a quanto pare, abitanti dell’area di Ain Zara, luogo dell’episodio, avevano fatto notare che lì sopra correvano parecchi cavi elettrici, e che difficilmente un velivolo sarebbe potuto atterrare in quel punto; quindi – questo il parere pudico – non doveva essersi trattato né di un elicottero, né di un elicottero che aveva prelevato un camion con un verricello…

Ciliegina sulla torta: una magnifica artist’s impression dell’oggetto misterioso, ricchissimo di dettagli e davvero assai più simile a una supercar, che a un aereo del futuro.

 


L’eco italiana e la fama postuma tra gli ufologi

Il “caso Papotto”, come è stato chiamato a lungo dagli ufologi, era noto da moltissimo tempo agli appassionati italiani del problema, sia pure in forme infinitamente meno ampie rispetto a quelle delle fonti primarie, cioè, agli articoloni del Corriere di Tripoli recuperati da Edoardo Russo nel 2023.

L’eco italiana della storia fu assai ampia, perché, cadendo quasi al culmine della mega-ondata Ufo che colpì il nostro paese nell’autunno del 1954, fece sì che l’ufficio tripolino dell’agenzia ANSA dedicasse tempo e risorse umane alla vicenda. Il risultato fu un lungo dispaccio datato da “Tripoli, 29 ottobre”, che il giorno dopo fu ripreso, spesso in prima pagina, da un numero altissimo di quotidiani della penisola – fra le altre cose, collocava l’episodio a una data sbagliata, cioè a quarantott’ore prima rispetto a quella indicata fin dall’inizio dal Corriere di Tripoli. Dall’ANSA, la storia passò sui giornali di mezzo mondo.

Nel testo c’erano alcuni dettagli significativi: il velivolo era come “un’automobile aerodinamica”, era sceso nel più totale silenzio e il volto che Papotto aveva visto era quello “normale, di un uomo”. Dopo che era stato “ributtato all’indietro” dalla scossa elettrica, uno dei membri dell’equipaggio aveva fatto segno all’uomo di rimanere fermo. Quanto al punto dell’atterraggio, il corrispondente dell’ANSA aveva esaminato il terreno, e aveva visto anche lui le tracce “di ruote rivestite di gomma”

La larghezza delle gomme risulta essere di circa 10 cm con battistrada a sezioni quadrangolari. Ogni parallelogramma del battistrada avrebbe un lato di circa tre centimetri. Le impronte fanno pensare a quattro ruote, presunte anteriori, accoppiate a due come nei rimorchi degli autotreni (con distanza assiale tra le due coppie di metri 1,85 e distanza tra ogni coppia di circa 10 cm) nonché a due ruote presunte posteriori con distanza assiale di cm 50. Rispetto a quelle anteriori, queste due ruote appaiono disposte obliquamente. Mentre sembrano centrali rispetto all’asse anteriore. La distanza tra i due assi sarebbe di metri 3,30.

Nel resto, il resoconto era del tutto simile alle cose riferite dal Corriere di Tripoli.

Per quanto ne sappiamo, probabilmente anche per il fatto che l’episodio si era verificato all’estero, nessun ufologo italiano riuscì mai a raggiungere Papotto o gli altri protagonisti della nostra storia. Basandosi sul dispaccio ANSA, sul n. 32 del gennaio 1971 della rivista torinese Clypeus, l’ufologo ed esoterista Solas Boncompagni lo fece finalmente conoscere agli appassionati italiani. Il resoconto era fedele al testo ANSA, ma di originale — e di fortemente adattato all’immaginario ufologico classico — c’era il disegno che lo accompagnava, opera di un illustratore notevole come Marco Rostagno (1935-2004).

Diventava così quello che nel racconto originale non era, e cioè un vero e proprio disco volante. L’anno seguente, nel 1972, sul n. 10 (gennaio) del mensile fiorentino Il Giornale dei Misteri, sulla scia del suo amico sodale Boncompagni fu il turno del giornalista e parapsicologo Sergio Conti: anche stavolta, consueto dispaccio ANSA, ma anche in questo caso, ormai non più una sorpresa, un’altra rilettura visiva del velivolo, stavolta dovuta a uno dei disegnatori storici del mensile, Silvio Neri, la cui sigla “SN” figura nell’immagine, ormai fortemente improntata a un’estetica Anni 70.

In realtà, sul piano internazionale, l’episodio aveva già da qualche tempo assunto una certa fama postuma, perché nel 1969, basandosi su fonti non chiare indicate in calce come “informazioni personali”, l’ufologo americano di origine francese Jacques Vallée aveva inserito la vicenda in un celebre catalogo di presunti atterraggi Ufo, appendice del suo terzo libro, Passport to Magonia. Alcuni dettagli menzionati da Vallée erano diversi da quanto le fonti primarie indicavano (forma a uovo del velivolo, rumore di un compressore prodotto mentre scendeva, mentre secondo il Corriere di Tripoli era silenziosissimo, e poco altro). Vallée accennava vagamente al fatto che erano stati compiuti “accertamenti attendibili”; diciannove anni dopo, nel 1988, curiosamente, in un altro suo volume, Dimensions, aggiungeva alcuni dettagli (per esempio, il fatto che le tracce erano state fotografate), anche stavolta, purtroppo, senza precisazioni sulle sue fonti, ma, in sostanza, fino al recupero degli articoloni del quotidiano libico nient’altro era stato possibile aggiungere alle presentazioni più o meno raffazzonate che dell’episodio erano state via via fatte.

 

Marziani, americani, oppure? Una valutazione di storia culturale

Con ogni probabilità non sapremo mai se e che cosa accadde alla periferia di Tripoli di Libia in quella notte ormai remotissima. La quasi totalità delle informazioni sulla storia si deve al lavoro dei redattori del Corriere di Tripoli che, naturalmente, produssero ciò che per loro era congruo: una serie di articoli smisurati, il cui scopo era tener desta l’attenzione dei lettori il più a lungo possibile. Le sole fonti di cui disponiamo, dunque, appartengono al genere del reportage giornalistico. Di più: sono il prodotto di una piccola comunità linguistica e culturale entrata nella fase terminale della sua storia. Riflettono dinamiche, polemiche, ripicche e discussioni di un contesto speciale e quantitativamente non estesissimo, che, per certi versi, ricordano quelle della provincia siciliana narrata proprio in quegli stessi anni da Vitaliano Brancati.

È in un ambiente di questo genere che i redattori del Corriere di Tripoli interpretano tutto ciò che, senza alcun dubbio, il testimone oculare dell’atterraggio del sigaro volante straniero si trovò a dover spiegare in lungo e in largo, dopo che uno dei suoi amici – quelli ai quali aveva raccontato la sua avventura notturna – si era precipitato, forse improvvidamente, presso la redazione del giornale.

Per una settimana, in un serrato dibattito collettivo fatto di spiegazioni, disegni, polemiche, tentativi di produrre prove, piccoli colpi di scena, e, soprattutto, dal succedersi di una serie di interpreti, tutti insieme contribuirono alla sinfonia che il Corriere di Tripoli con indubbio mestiere narrativo seppe costruire e donare ai lettori del tempo e a noi che la riscopriamo. Di quella sinfonia di voci dobbiamo stare attenti a rispettare la partitura, perché è quello, e non altro, ciò che giunge oggi al nostro sguardo di storici.

Quanto il Corriere di Tripoli ci ha trasmesso, sia pure con la voce di Papotto come interprete principale – colui che sta più avanti, sul proscenio – è un coro, e anche una querelle che mai si spinge oltre i limiti del garbo. Non ci sarà nessuna querela, e nessuno subirà dei danni, a causa del segreto del sigaro volante – americano, inglese, russo? – scorto a lungo quella notte vicino Tripoli mentre il suo equipaggio lo riparava.

Per il resto, come storico dell’ufologia, la mia valutazione è che la struttura narrativa del racconto lo apparenti a quanto io chiamo “fase terrestre” della storia degli incontri italiani dei primi anni dell’ufologia con gli equipaggi dei “dischi”. Fu anche una fase breve: nacque e tramontò fra l’estate e l’autunno del 1952, anche se ce ne furono propaggini successive.

Di questa “fase terrestre”, sono esemplari quattro episodi celebri, comparsi tutti sui media nel giro di poco meno di quattro mesi, cioè tra la fine di agosto e la metà di novembre dell’anno in discorso. Sono, si badi bene, i racconti attraverso cui in Italia compaiono gli incontri diretti ma casuali fra testimoni ed equipaggi dei dischi – perché fin dalla seconda metà dell’Ottocento nel nostro paese i contatti sistematici con gli abitanti di altri paesi c’erano, ma erano legati ad ambiti spiritistici, occultistici e teosofici di varia natura (un esempio remoto: Lincos; Stilo, 2026), e avvenivano grazie a metodi adatti a quei contesti culturali (medium, scrittura automatica, metodi di tipo magico, “magnetizzazione”, e così via). 

I quattro episodi a cui mi riferisco sono quello di Abbiate Guazzone, reso noto a fine agosto 1952 (Stilo, 2000, pp. 186-99), quello di Lucca, diffuso a fine settembre (Stilo, 2002, pp. 289-298), quello del Ghiacciaio Scerscen (reso pubblico a fine ottobre, ibidem, pp. 308-332, ed è un falso fotografico conclamato, in cui però compare l’idea che potesse trattarsi di “marziani”) e quello di Castelfranco Emilia (a metà novembre, ibidem, pp. 340-350).

Quali ne sono i tratti caratteristici?

In primo luogo, due di essi (Facchini, Rossi) testimoniano l’introduzione in ambito ufologico del mito del raggio della morte, la super-arma basata sull’elettricità di cui si era cominciato a parlare nei primi degli Anni 70 dell’Ottocento e che aveva raggiunto il massimo della sua popolarità fra le due guerre mondiali – un’idea che nella vicenda di Tripoli è rappresentata dal dettaglio della “scossa elettrica” che impedisce al colono di salire a bordo del velivolo. Nel caso Ferrari, è il “rumore di motori elettrici” descritto dal testimone a indicare la persistenza del mito dell’elettricità come veicolo fondamentale per l’energia che anima o difende gli ordigni volanti – nel caso Papotto il velivolo è perfettamente silenzioso e, forse, funziona grazie all’antigravità studiata da un italiano di Libia. Nel caso Facchini, invece, il testimone la scampa bella, quando gli sparano contro con un “raggio di luce maledetto”.

Il mito del raggio della morte è più importante per l’ufologia di quello che la storiografia ha ritenuto. Per quel che mi è dato di vedere, il ruolo iniziale per il collegamento fra mistero dei dischi volanti, loro origine terrestre ed elettricità come arma e come sistema propulsivo degli stessi, comportò, prima della comparsa dei casi dell’estate-autunno 1952, la presenza due “inneschi”: il primo, importantissimo, fu l’arrivo nei cinema italiani, nel mese di marzo, del primo, vero e fondamentale film a sfondo ufologico della storia, cioè, The Day the Earth Stood Still (“Ultimatum alla Terra”), in cui il ruolo decisivo per convincere i terrestri della potenza dell’alieno è, appunto, costituito dall’impiego del raggio della morte – nella versione, assolutamente centrale, in quel mito, sin da subito dopo la Prima Guerra Mondiale – per disattivare ogni tipo di motore e di sistema di produzione di energia elettrica.

Il secondo elemento, che fra la primavera e l’autunno del 1952 produsse una lunghissima serie di storie in prevalenza di origine tedesca o francese, fu lo sviluppo di una serie di versioni del mito dei dischi volanti inventati dai nazisti (Verga, 2023) in cui le armi segrete del Reich cadono in mano ai sovietici, che, ora, le stanno provando su mezzo mondo dando origine alle ondate di avvistamenti di dischi volanti. In questa linea, a metà luglio 1952, poco prima che si aprisse la piccola serie dei casi italiani di incontri con i piloti dei dischi, sulla nostra stampa fu ampiamente pubblicizzata la storia raccontata da poco da un profugo dalla Germania orientale sotto controllo sovietico, Oskar Linke, che sosteneva di aver visto, qualche mese prima di fuggire dall’Est, un disco volante e il suo equipaggio sovietico atterrare in una radura: un racconto che la stampa tedesca e europea lessero interamente nel quadro appena delineato, quello dei “dischi” come invenzione nazista caduta in mano ai russi, e la cui descrizione fu ripresa due mesi dopo in modo abbastanza fedele nel racconto sul caso di Lucca (Stilo, 2002, pp. 296-7). Successivamente, a inizio agosto 1952, un paio di settimane prima che con il caso di Abbiate Guazzone si aprisse il ciclo dei casi italiani, sui nostri giornali arrivò una storia del tutto inventata due mesi prima in Germania, per la quale un altro disco sovietico di derivazione nazista era caduto alle isole Svalbard, nell’Artico, ed era stato recuperato dai militari norvegesi: il sistema che lo faceva funzionare provocava interferenze elettromagnetiche sugli aerei che lo avevano scoperto.

I piloti di questi dischi, come quelli del caso Papotto, indossano tute e maschere per l’ossigeno (Papotto almeno con l’ANSA parlò di un casco con una proboscide, proprio come nella storia di Abbiate Guazzone) o cose simili, un altro indicatore chiaro del contesto “aeronautico” in cui si collocano queste storie – equipaggi di velivoli stratosferici, super-moderni;

Ancora più rilevante, il tema del guasto/riparazione/manutenzione in corso – nel caso Papotto rappresentato dal problema a una delle sei ruote del treno d’atterraggio e di decollo, che, insieme al motivo della ricognizione del territorio, in questo tipo di storie rappresentano la causa immediata della scoperta del velivolo da parte del testimone, che lo osserva a lungo, a volte seminascosto, a volte in piena vista, sotto lo sguardo dei tecnici che stanno provvedendo al loro aereo. Nel caso Facchini i tecnici lasciano al suolo i pezzi residuali della saldatura; nel caso Rossi, invece, hanno bisogno dell’acqua del fiume Serchio, sopra il cui letto il disco volante si è abbassato per rifornirsi.

La natura militare e “politica” della storia dell’aereo supermoderno è confermata dalla continuazione del clima di mistero dopo che l’ordigno è sparito; nel caso di Lucca il testimone rischia di essere circuìto da uno strano uomo che gli offre una sigaretta drogata; polizie e militari intervistano i testimoni, preoccupati di voli di ricognizione di potenziali nemici, oppure per la possibilità che, in maniera involontaria, i testimoni stiano rivelando segreti tecnologici da custodire.

I velivoli mostrano spesso un’estetica steampunk: sono macchinosi, non hanno niente di “superiore” o di celeste, sono privi di eleganza, nei loro barocchismi, nei loro ammennicoli, punte, antenne, sporgenze, eliche, tubi, mitragliatrici, cupolette panciute in plexiglas, ruote con battistrada, turbine, occhialoni sul viso e tubi a proboscide per respirare… Non possono venire dallo spazio: vengono dalle officine, puzzano di olio e di kerosene, forse di elettricità, a volte sporcano e inquinano. Sono nostri, sono un prodotto della nostra storia peggiore, quella delle guerre, non del cielo e dei suoi abitanti.

Per quanto è possibile leggere responsabilmente nelle parole che ci hanno lasciato i redattori del Corriere di Tripoli, Carmelo Papotto sembra essere l’ultimo testimone – anzi, la summa di un gruppo di testimoni – degli incontri italiani con i piloti dei “dischi” sorti nel 1952. La serie nuova, destinata a ben altri fasti, quella dei marziani e degli extraterrestri poi trasformati in alieni sta iniziando proprio mentre, verso la fine di ottobre del 1954, viene narrata la saga del colono siciliano. Quella nuova serie possiederà una potenza narrativa e mitogenetica infinitamente maggiore dell’altra, al punto da diventare, nel Ventunesimo secolo, tema culturale rilevante per l’intera umanità.

In questo quadro, il fascino sgangherato e persistente del sigaro volante sceso ad Ain Zara sta nell’essere, completamente e senza rimorsi, out of touch.

BIBLIOGRAFIA

Lincos, Sofia; Stilo, Giuseppe (2026), “Vincenzo Orsini; un generale e gli abitanti degli altri pianeti del sistema solare”, Query Online, CICAP, 11 febbraio, disponibile qui: https://tinyurl.com/w94t4a7c

Stilo, Giuseppe (2000), Scrutate i cieli!, UPIAR, Torino

Stilo, Giuseppe (2002), Ultimatum alla Terra, UPIAR, Torino

Verga, Maurizio (2023), Flying Saucers from Naziland. The Real Story of the Nazi UFOs – Volume I, presso l’Autore