Come “funziona” il rientro nell’atmosfera della spazzatura spaziale? Un caso analizzato dall’astrofilo Marco Langbroek

Marco Langbroek è un archeologo e astrofilo olandese. In quest’ultimo ambito si è specializzato nella ricerca, identificazione e documentazione dei satelliti-spia, della scoperta degli asteroidi e dei rientri di satelliti, velivoli spaziali o di parti di essi.

Per questo, più volte si è trovato ad occuparsi di riprese di oggetti di difficile identificazione, di bolidi vistosi e di altri eventi che possono dare origine a segnalazioni di tipo ufologico. E’ ormai ben noto agli studiosi di ufologia di orientamento scientifico.

Si possono seguire gli sviluppi dei suoi studi sia su un blog, sia su Twitter.

Su questo sito ci eravamo occupati più volte, ad esempio per un evento americano del luglio 2016 di cose analoghe a quelle che Langbroek [nella foto in evidenza, tratta dal suo account Twitter] predilige.

Di recente Langbroek ha fornito un’analisi molto interessante degli avvistamenti di un rientro atmosferico di spazzatura spaziale, quello avvenuto il 27 maggio 2017 sull’Atlantico meridionale e dovuto al booster di un razzo cinese tipo “Chang Zeng” 4B che nell’agosto di tre anni fa aveva messo in orbita un satellite polcacco e uno cinese.

Il suo studio permette di comprendere in dettaglio la dinamica delle caratteristiche fenomeniche di questi eventi, sovente complesse per durata e per manifestazioni collaterali.

In particolare, è da notare che a un evento che ha generato segnalazioni ufologiche (compresa quella di un pilota di linea olandese) per la prima volta ad opera di Langbroek è stato applicato un modello per i casi di rientro atmosferico derivato dal GMAT (General Mission Analysis Tool), un sistema di analisi sviluppato dalla NASA e da imprese private allo scopo di studiare ed ottimizzare le traiettorie dei velivoli spaziali e, più in generale, le caratteristiche di moto degli oggetti di questo genere.

Lo stesso aveva fatto per conto suo un altro ricercatore impegnato nell’inseguimento ottico dei satelliti, l’astrofilo canadese Ted Molczan, fornendo un interessante esempio di verifica incrociata fatta l’uno all’insaputa dell’altro. Sempre di più, Molczan e i suoi lavori stanno diventato punto di riferimento per gli ufologi di orientamento scientifico.

Un aiuto per le inchieste UFO: come identificare i satelliti artificiali e i loro “lampi”

Lo studioso americano Robert Sheaffer, scrittore e scettico attivo in vari ambiti del paranormale ha pubblicato nel suo blog Bad UFOs un post utile per chiunque voglia occuparsi in maniera proficua di indagini sugli avvistamenti di supposti UFO.

Non sempre le posizioni  di Sheaffer sulle questioni controverse di cui si è occupato possono essere condivise, ma in questo caso ha senz’altro prodotto indicazioni il cui impiego è altamente consigliabile.

Sheaffer presenta la foto del satellite n. 58 della serie Iridium, un tipo famoso da vent’anni per i bagliori (flares) le cui strutture allungate possono emettere. Stavolta, però, l’interesse particolare sta nel fatto che Sheaffer ha documentato  la capacità di questi satelliti di produrre per parecchi secondi una luminosità particolarmente intensa (magnitudine -8), cioè una luce paragonabile a quella di una meteora di buona rilevanza.

Il riflesso della luce solare sulle “ali” degli Iridium può produrre lampi sino a 30 volte la luminosità di Venere, l’astro che dà luogo a frequentissimi errori da parte dei testimoni.

Gli Iridium lanciati nel passato cesseranno presto il loro servizio, e quelli di nuova non necessiteranno più delle lunghe strutture responsabili dei fenomeni di nostro interesse. Dunque, i lampi anche vistosissimi e non istantanei di cui abbiamo parlato dovrebbero essere una caratteristica dei satelliti scambiati per fenomeni insoliti destinata – almeno per il prossimo futuro – a diminuire in modo radicale nei resoconti d’avvistamentoS

Sheaffer consiglia ciò che anche il CISU usa come istruzione per i propri membri: utilizzare per le previsioni e la visibilità dei satelliti da una determinata località il sito Heavens Above e, nel caso di cui parliamo, la parte che esso dedica ai brillamenti Iridium.

Lo studioso americano commenta il punto con una frase che anche noi ci sentiamo di dire:

Se vedete qualcosa nel cielo che non riuscite a identificare e non controllate nemmeno Heavens Above per compararlo con gli oggetti conosciuti che c’erano in quel momento, allora vuol dire che non siete stati seri nel cercare di identificarlo. 

Tutto ciò senza dimenticare che un certo numero di satelliti per usi militari è classificato e che, dunque, i dati relativi alle loro orbite non sono pubblici.

Infine, Sheaffer segnala altre due risorse operative che anche noi del CISU vi chiediamo di usare a vostro vantaggio:

  • iscriversi alla mailing list SeeSat-L, sulla quale scrivono e discutono le loro osservazioni di satelliti i maggiori esperti dell’argomento – a volte anche presentando episodi d’incerta identificazione;
  • seguire il lavoro dello studioso Ted Molczan, che valuta tutti i fenomeni di rientro atmosferico di satelliti artificiali, di razzi vettori, di frammenti e di varia “spazzatura spaziale” che, come noto, provocano manifestazioni atmosferiche sotto più profili simili (ma non del tutto!) alle meteore naturali.  Qui trovate un elenco sempre aggiornato fatto da Molczan dei rientri che è stato possibile osservare dal 1957 all’autunno 2016.

 

 

Questo non è un UFO/1 – Stati Uniti, 27 luglio 2016: un esempio di rientro atmosferico

Con l’espressione rientri atmosferici s’intendono i fenomeni provocati dall’ingresso nell’atmosfera terrestre di oggetti artificiali lanciati verso lo spazio dall’uomo (satelliti, razzi vettori, parti di missili o di velivoli spaziali) e che rimangono nello spazio immediatamente circostante la Terra per periodi che possono andare da pochi minuti a parecchi anni ma che alla fine, perdendo energia cinetica, finiscono per rientrare nell’atmosfera dando luogo a fenomeni osservabili dal suolo a volte in maniera assai vistosa.

Quelli che interessano di più l’ufologia scientifica sono i rientri atmosferici non controllati, ossia quelli in cui, al contrario di quello che avviene con le missioni spaziali, le sonde, le navette e tutti i velivoli che s’intende far tornare intatti a terra, i manufatti precipitano verso il pianeta senza essere più manovrabili. I rientri controllati sono descritti in questa voce di Wikipedia.

A volte non sono facili da distinguere dal transito di piccole meteore, di più grandi bolidi o dei più rari super-bolidi, ma di solito sono caratterizzati da una lunga durata osservativa (sino ad alcuni minuti) e da un movimento decisamente lento e “maestoso”, in un insieme di parti e frammenti che sovente chi osserva definisce simile ad una “processione” di luci.

La possibilità di osservarli in Italia è bassa a causa dell’estensione geografica relativamente limitata del nostro territorio.

Due eventi di questo genere si sono verificati nel nostro Paese il 18 luglio 1967 con il rientro del satellite sovietico Cosmos 167 e il 5 novembre 1990 con il rientro del terzo stadio di un razzo vettore anch’esso sovietico del tipo Proton che aveva messo in orbita il satellite Gorizont 23.

Un esempio recente di rientro atmosferico che ha causato migliaia di segnalazioni di “strane luci in cielo” è quello che riguarda quanto avvenuto alle 21.40 ora della Costa del Pacifico di mercoledì 27 luglio 2016 e che coinvolto lo spazio sopra parecchi stati centro-occidentali degli Stati Uniti, in particolare California, Nevada, Utah, Colorado e Idaho.

Siete invitati a tenere presenti con cura le caratteristiche con le quali questi eventi possono presentarsi guardando con cura i video presenti qui, qui e qui.

Stavolta si è trattato di vettore missilistico cinese, più esattamente del secondo stadio di un razzo del tipo Cheng Zheng 7 che era stato lanciato il 25 giugno scorso e il cui rientro era largamente atteso.

Ricordiamo che, a fini comparativi e di studio, il CISU è comunque interessato a ricevere anche eventuali resoconti testimoniali di questo tipo.